Scritto da: Alice

Articoli sulla Cina

Il tesoro del dragone: gli atleti cinesi alle olimpiadi di Tokyo 2020

Share on facebook
Share on google
Share on twitter
Share on linkedin

La nuova parola di oggi è Àoyùnhuì 奥运会, il termine comune per definire le Olimpiadi. Si tratta in realtà di un’abbreviazione del ben più lungo lemma originale: Àolínpǐkè yùndònghuì 奥林匹克运动会, ovvero giochi olimpici.

L’interesse della Cina per le olimpiadi si accende in tempi piuttosto recenti, e i primi giochi olimpici a cui la Repubblica Popolare Cinese partecipa sono quelli della quindicesima olimpiade tenutisi nel 1952 a Helsinki, in Finlandia. Dopodiché, la Cina tornerà alle olimpiadi solo nel 1984, a Los Angeles. Diverse motivazioni politiche si sono spesso intrecciate a quelle sportive nella decisione del comitato olimpico cinese di prendere parte alle competizioni. Prima fra tutte, la questione di Taiwan, la quale presenziando ai giochi olimpici con il nome di Repubblica di Cina, imponeva di fatto al mondo la sua visione di indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese. La disputa fu finalmente risolta nel 1979, quando il Comitato Olimpico Internazionale ribattezzò l’isola di Taiwan come Cina Taipei.

Con un bottino di ben 38 medaglie d’oro alle olimpiadi di Tokyo 2020, la Cina è seconda solo agli Stati Uniti, che di ori ne ha collezionati 39. L’importanza dei metalli per la repubblica popolare cinese supera i confini dello sport, e si fa simbolo di orgoglio nazionale. 

La Cina è stata oggetto di aspre critiche proprio per la sua affiatata corsa all’oro, che scavalca l’ideale americano di coronamento dei sogni personali, per abbracciare una visione nazionalista. A tale scopo, Pechino ha spesso puntato su sport meno popolari, e meno sponsorizzati nei paesi occidentali, che garantissero una minore competizione ai novelli atleti cinesi, e con essa un maggior quantitativo di medaglie. Ne è prova il fatto che circa il 75% degli ori olimpici vinti dalla Cina dalle olimpiadi di Los Angeles si concentrano in soli 6 sport: tennis tavolo, tiro, tuffi, badminton, ginnastica artistica e sollevamento pesi. Gli ori arrivano principalmente negli sport femminili, e le donne rappresentano quasi il 70% del totale degli atleti della delegazione. Fonte

Ma la Cina non è certo l’unico paese ad essere attratto dalla scintillante gloria degli ori olimpici: Unione Sovietica e Stati Uniti hanno spesso utilizzato i campi sportivi delle olimpiadi come arena di scontro di una vera e propria guerra fredda, ad oggi vinta dagli americani con un totale complessivo di ben 2632 medaglie, di cui 1061 ori. Ma la Cina non si lascia abbattere dalle sfide poste dall’occidente, e promette di tornare presto alla ribalta e conquistare il podio olimpico internazionale, non appena il “malato d’Asia”, coniato dal presidente Mao Zedong, avrà sviluppato i muscoli necessari per farlo.

Il medagliere della Repubblica Popolare Cinese è il riflesso dei sogni di gloria nazionale, ma nelle storie dei suoi campioni possiamo riconoscere le narrazioni familiari degli atleti del nostro paese. È il caso di Gong Lijiao, classe 1989, medaglia d’oro nel getto dei pesi femminile. Le olimpiadi di Tokyo 2020 sono il quarto tentativo di gloria per Gong, dopo il bronzo alle olimpiadi di Pechino 2008, un argento a Londra nel 2012, e il deludente quarto posto a Rio nel 2016. Determinata ad ottenere l’oro e realizzare il suo sogno, oltre a portare onore al suo paese, Gong Lijiao si allena duramente nel sollevamento pesi per migliorare la forza e la resistenza nella parte superiore del corpo.

L’atleta si impegna attivamente sui propri account social per spronare più giovani ad avvicinarsi all’arte del lancio del peso, meno popolare in Cina rispetto agli altri sport olimpici. Nonostante il grande successo e la tanto attesa medaglia d’oro, Gong afferma che il suo entusiasmo per la disciplina continua ad aumentare, e continuerà a gareggiare. Nei suoi occhi brilla la stessa passione che si riconosce in ogni atleta olimpico che si impegna a scalare la vetta del successo, un ardore che non conosce bandiere o inni nazionali.

Al lato opposto, la giovanissima tuffatrice Quan Hongchan è diventata di recente una famosa star dei social dopo aver vinto l’oro a soli 14 anni alla gara di tuffi dalla piattaforma 10 metri femminile. Ai media ha dichiarato di aver iniziato la carriera di atleta per aiutare nelle spese delle cure mediche della madre, rimasta coinvolta in un incidente d’auto. Il duro sacrificio e la coraggiosa pietà filiale dimostrati dalla giovane atleta sono simbolo di una storia toccante che giunge al lieto fine con il trionfo ai giochi olimpici, ma l’infanzia della piccola Quan è stata certamente influenzata dai duri allenamenti. Ha infatti dichiarato di non aver mai potuto visitare uno zoo o un parco divertimenti, e di aver sempre concentrato tutte le proprie energie nello sport. L’attenzione mediatica che la sua storia e la vittoria emozionante le hanno portato si sono estese a tutta la sua famiglia, presa d’assalto dai fan su Weibo, che per un selfie si sono diretti in massa al suo villaggio di origine, Maihe nella provincia del Guangdong. Come risultato, il villaggio è stato chiuso ai visitatori, poiché le orde di turisti rappresentavano una minaccia per le misure di controllo dei contagi da Covid 19. Fonte

Tuttavia, vincere un oro non basta per garantire la gloria e il rispetto in patria. È quanto successo alla campionessa di tiro a segno carabina ad aria 10 metri femminile, Yang Qian, attaccata dai fan per aver pubblicato sui propri account social immagini della sua collezione di scarpe Nike. (fonte: https://www.bbc.com/news/world-asia-china-58024068). Quest’ultima era stata oggetto di boicottaggio da parte dei cinesi per aver bloccato il rifornimento di cotone dallo Xinjiang, regione accusata di condizioni di lavoro discriminanti a danni dei lavoratori musulmani uiguri. Fonte

Le olimpiadi di Tokyo arrivano a poca distanza dal centenario del Partito Comunista Cinese del primo luglio scorso, e il presidente Xi Jinping ha messo in luce più volte la volontà d’acciaio del popolo cinese, che “non permetterà a nessuna potenza straniera di intimidirlo”.

Il partito fa di frequente buon viso al fervore nazionalista che si riversa online, ma la storia della Repubblica Popolare, e la vicenda di Yang Qian, ci insegnano che domare le fiamme dei giovani cittadini cinesi è un compito molto difficile per lo stato.

Il successo della Cina alle olimpiadi non si manifesta però solo con l’oro delle sue medaglie, ma con il soft power della sua lingua e della sua cultura. È l’esempio calzante del campione danese di badminton Viktor Axelsen, che ha ottenuto la sua prima medaglia d’oro olimpica sconfiggendo il campione cinese Chen Long nella competizione maschile.

Dopo la partita, Axelsen, che nei suoi account social si presenta anche con il nome cinese  Ān sài lóng 安赛龙, ha conversato con Chen in mandarino. L’atleta danese, dopo 7 anni di studi, è ora perfettamente fluente nella lingua, tanto da svolgere interviste con i media cinesi e avviare alla comprensione del mandarino anche la neonata figlia Vega.

Il segreto di Axelsen per trionfare sia nello sport che nello studio della lingua può sembrare un cliché, ma non è mai banale: servono perseveranza e disciplina.

L’atleta conversa regolarmente con il suo allenatore madrelingua Zhang Lianying, di Tianjin, che da 32 anni si dedica alla formazione di atleti olimpici danesi. Axelsen ha accolto lo studio della lingua cinese con lo stesso impegno che dedica agli allenamenti di badminton, e con una grande umiltà, invitando il suo coach a utilizzare la sua lingua madre anche negli allenamenti, e a non trascurare le feste nazionali della madrepatria.

Per allenarsi nella lingua cinese consiglia di ascoltare podcast, seguire la radio cinese, guardare programmi televisivi cinesi, e non meno importante esercitarsi tanto nella lingua parlata con un madrelingua di fiducia. Ma sostiene che l’elemento principale che gli ha consentito di raggiungere una vera padronanza della lingua sono state le lezioni dell’insegnante pechinese Wen Deng, che unisce chiamate vocali di WeChat a materiali pdf e video didattici. 

Il livello di cinese di Axelsen è cresciuto rapidamente, e non è un caso che il primo messaggio che ha inviato subito dopo la vittoria sia stato proprio al contatto Wechat dell’allenatore Zhang. Il contenuto del messaggio è lo stesso che ad Eurasia sentiamo spesso provenire dai nostri studenti, la gratitudine che ne traspare è il vero tesoro del dragone, più preziosa di qualsiasi oro olimpico: “Sono senza parole, grazie infinite”. Fonte

logo favicon eursasia language academy

Questo sito web utilizza i cookie Utilizziamo i cookie per personalizzare contenuti ed annunci, per fornire funzionalità dei social media e per analizzare il nostro traffico. Policy privacy